Ridurre le regole fa bene al lavoro PDF Stampa E-mail

Riformare il mercato del lavoro è la condizione per conseguire l'obietti­vo di aumentare l'occupazio­ne, accrescendone la qualità. Questa è la convinzione che accomuna il Governo italiano e quello britannico, condivisa peraltro da quello  spagnolo che in questo semestre detie­ne la presidenza di turno dell'Unio­ne europea. La dichiarazione con­giunta di Blair e Berlusconi usa un linguaggio inconsueto nel mondo della    diplomazia    internazionale. Difficile ricordare un documento a livello di Governi in cui si denuncia il pencolo di «una eccessiva regola­mentazione del mercato del lavoro» tale da «impedire le necessane ri­strutturazioni economiche in alcuni settori», mettendo in guardia contro il rischio di «un ritorno ai mercati del lavoro sclerotici» che caratteriz­zavano l'Europa fino a un decennio fa. Del resto gli inglesi non ricorro­no volentieri a formule equivoche e cercano di comunicare con effica­cia con l'opinione pubblica. Anche D'Alema fu vicino a concordare un testo analogo, conforme del resto alle convinzioni sue e dei suoi con­siglieri all'epoca in cui guidava il Governo: ma gli mancò il coraggio di andare fino in fondo verso una svolta riformista e tutto finì nelle solite smentite e nelle accuse ai giornalisti.

La scelta è netta: il mercato del lavoro soffre di eccessiva regolazio­ne e questo impedisce l'integrazione occupazionale di numerose categorie di lavoratori. In Italia il caso delle donne è sicuramente quello più cla­moroso. In generale è ragione­vole riconoscere che in nume­rosi Stati membri «l'attuale quadro regolatorio spesso ri­flette un'organizzazione del la­voro ormai obsoleta». Questo eccesso di regolazione preoc­cupa i due Governi che temo­no gli effetti dannosi di questa «sclerosi» istituzionale. Soprattutto in un momento di incertezza del qua­dro economico internazionale - si afferma - vi è assoluta necessità di un mercato del lavoro che funzioni con efficienza. Bisogna passare da un assetto regolatorio tutto incentra­to sulla tutela dei singoli posti di lavoro a una prospettiva di protezio­ne sul mercato imperniata sul concet­to di occupabilità. È il momento di scegliere senza esitazioni ulteriori la strada della formazione continua e delle tipologie contrattuali flessibili. A chi avesse ancora dei dubbi su come procedere alla luce di queste affermazioni generali il documento dà una risposta addirittura da manua­le universitario. «Mercati del lavoro moderni e flessibili - si afferma - richiedono un ulteriore adattamento delle forme di regolazione, sia quelle proprie del diritto del lavoro (meno regole vincolanti, più soft law basate sul benchmarking), sia quelle che caratterizzano la contrattazione col­lettiva (accordi quadro, anziché con­tratti collettivi con efficacia quasi legislativa)».

Ma per realizzare tutto questo è necessario «un più alto livello di coinvolgimento dei lavoratori come uno dei fattori più importanti per determinare la qualità di un sistema di relazioni industriali». Queste e al­tre conclusioni rafforzano l'imposta­zione complessivamente  contenuta nel Libro Bianco sul mercato del lavoro, a testimonianza della larga condivisione in Europa di una linea di politica legislativa crescentemente bipartisan.  Non risulta infatti  che Tony Blair e il suo New Labour Party   appartengano   a   uno schieramento di centro-destra. Per chi si occupa di mercato del lavoro il documento Blair-Berlusconi non introduce novi­tà sostanziali. In fondo esso non fa che richiamarsi alla Strategia europea dell'occupa­zione, lanciata nel 1998 anche dal Governo italiano guidato da Ro­mano Prodi che concorse a integrar­la nello stesso Trattato Ue. Si tratta di un complesso di norme hard (il Trattato) e soft (le linee-guida sull'occupazione concordate annual­mente dal Consiglio) che ormai costi­tuiscono il patrimonio cultural-politi­co e tecnico-scientifico di tutti i Go­verni, liberi ovviamente di decidere tempi e modalità di attuazione. É una linea di confine netta che ormai separa chi è consapevole della neces­sità del cambiamento e quanti non hanno un progetto di riforma, prefe­rendo la semplice conservazione dell'esistente.

Il documento italo-britannico sarà assai utile alla presidenza spagnola per assicurare esiti concreti all'immi­nente Consiglio europeo di Barcello­na sull'occupazione. Non potrà rima­nere inascoltata la proposta a tutti gli Stati membri di «rivedere l'attuale assetto di regole» sul mercato del lavoro. Non si potrà ignorare l'opzio­ne a favore di un part-time sempre più incentivato «per favorire le transizioni verso e dal mercato del lavoro, al fine di assicurare la partecipazione delle donne e dei lavoratori anziani a una società attiva». Si tratta di proposte in discussione anche in Italia, con particolare riferimenti alla delega richiesta dal Governo al Parlamento in materia d mercato del lavoro: proposti da valutare criticamente nell'ambito di una serrata dialettica fra maggioranza e opposizione parlamentare, senza de generare   nei   recenti   insult agli autori del Libro Bianco Si deve discutere invece su come attuare le indicazioni comunitarie in materia di occupazione. Chi si rifiuti di riconoscersi in questa prospettiva si chiama fuori dall'Europa che devi accelerare il processo di modernizzazione del mercato del lavoro se vuo­le ancora assicurare un futuro alle giovani generazioni.

Marco Biagi

 

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