Gli oligarchi di Confindustria PDF Stampa E-mail

Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Telecom e Poste italiane hanno appena deciso chi dovrà rappresentare gli imprenditori privati nel nostro Paese per i prossimi quattro anni. La cosa può far accapponare la pelle, ma è quanto è accaduto con la vittoria di Giorgio Squinzi nella corsa per la successione ad Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria.

A far vincere infatti la volata al patron della Mapei (multinazionale del settore chimico) è stata una "santa" alleanza tra i vertici delle partecipate statali, una buona fetta dell'imprenditoria lombarda legata a Mediaset ed alla Compagnia delle Opere e l'arcipelago delle medio-piccole aziende del centro e del meridione italiano.

A rigore nulla di male, aziende a partecipazione statale come Eni & co. sono società per azioni a tutti gli effetti, nelle quali il peso dell'azionista pubblico può essere più (Ferrovie) o meno (Telecom) rilevante, ma è certo discutible che facciano tutte assieme blocco - con la significativa eccezione di Finmeccanica - e risultino determinanti nella scelta del numero uno di Confindustria.

Il punto è che nel duello tra Giorgio Squinzi e Alberto Bombassei ha pesato senza dubbio l'ombra del convitato di pietra Sergio Marchionne, che aveva ipotizzato un ritorno di Fiat in Confindustria in caso di vittoria del secondo. E Marchionne in questi anni è inevitabilmente diventato - a torto o a ragione - il simbolo di un capitalismo senza frontiere, in grado di scuotere lo stagno italiano con un'impostazione imprenditoriale incentrata sullo sviluppo del core-business e sulla ricerca e conquista di nuovi mercati, piuttosto che sulla cura dell'orticello politico romano o milanese.

Ed è invece proprio questa vocazione "politica" - o, semplicemente, "statalista" - il trait d'union del disomogeneo mondo che ha sostenuto Squinzi. Mentre Marchionne procede per strappi cercando di scardinare l'arretratezza del sistema produttivo italiano, mentre con Elsa Fornero ed il governo Monti si pongono le prime basi di innovazione nel mercato del lavoro e delle relazioni sindacali, ecco che la "pancia" di Confindustria compie una scelta attendista e, di fatto, conservatrice.

D'altronde mai come in questo caso gli schieramenti sono risultati abbastanza riconoscibili: da un lato i settori ed i territori (nordest su tutti) più proiettati verso l'export e con minore dipendenza dalle commesse e prebende pubbliche e dall'altro un coagulo di imprese e territori meno esposti alle dinamiche di mercato e maggiormente legati alle logiche di potere politico.

Ovviamente ci sono eccezioni in entrambi i campi, ovviamente bisogna dare il tempo a Giorgio Squinzi di insediarsi e presentare squadra ed agenda associativa - rispondendo peraltro alle attese di razionalizzazione di spese e strutture sorte negli ultimi tempi - ed ovviamente, per meglio comprendere quale sarà il ruolo di Confindustria nei prossimi anni, molto dipenderà da questa primavera di trattative sulla riforma del lavoro.

Quel che fin d'ora si può dire, però, è che da riformisti ci auguravamo per viale dell'Astronomia qualcosa di diverso, e di migliore.

Marco Martorelli

 

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