La selva italiana (cosa fa paura ai mercati) PDF Stampa E-mail

L'Italia rimane una specie di selva fatata, quando vista da Londra e da dentro le mura della City. Un luogo mistico di ristoranti, vigneti, pellettieri e pellai (sottile differenza quest'ultima, che i toscani sanno apprezzare, fra lavorati esperti nella concia delle pelli ed i chiaccheroni). Il Bel Paese, con tutto il suo carico di Dolce Vita, Bella Figura, Dining Al Fresco, rimane un giardino di delizie eterne e di incubi dell'alchemista alla Hyeronimus Bosch. Certo, negli ultimi mesi e' stato apprezzato il cambiamento al governo, l'arrivo di Super Marios italiani a palazzo Chigi ed alla Banca Centrale Europea e' stato salutato con una certa euforia dagli operatori e dagli investitori. Le societa' di rating si sono riscoperte prodighe di complimenti per le intenzioni. Ancora caute per i risultati, che si sa, in politica tendono ad accumularsi alla fine di un ciclo elettorale.

Pero' rimangono ombre che si muovono veloci nelle tenebre della selva italiana, rendendo gli operatori di mercato ancora suscettibili. Come nell'omonimo videogioco, SuperMario, ci sono scenari colorati, possibili ed opportunita', ma ci sono anche mostri e pericoli dietro all'angolo. Nei trattati di antropologia di fine ottocento si descrivevano i caratteri di una popolazione, cosa li rendesse simili ai coloni europei o dissimili, definendo le caratteristiche della societa', delle interazioni e delle etnie che abitavano una zona del mondo. Gli analisti finanziari lo fanno ancora, studiano, comparano, dall'osservatorio della City, la Turris non molto Eburnea della Finanza del post-Crunch, le caratteristiche fondamentali di un paese. Cosa crea sostenibilita' e stabilita'.

Sicuramente, l'Italia corre il rischio di essere condannata ad una periferia del mondo, senza redenzione, perlomeno nel presente. Lo dicono i ratings e le ricerche, come lo evocano i tagli al rischio Italia da parte delle bance sovraesposte verso il Bel Paese.

E' importante allora capire quali siano le paure degli investitori potenziali, per determinare piani di intervento. Ne elenco qui sotto cinque, che si articolano in altri timori ed innumerevoli tremori ed incertezze:

"Lo Spreadismo"- Probabilmente la parola piu' calda del momento, lo Spread, il differenziale fra il costo del denaro per lo stato Tedesco  e quello italiano (espressi come interesse base). Una differenza che racconta di percezione dei mercati del rischio paese, attenzione, relativamente ad un altro paese. Ma pur sempre di un indice si tratta, e, come tutti gli indici di memoria Maoista, dovremmo guardare a cosa punta e non all'indice stesso. L'ossessione italica per "Lo Spread", questa creatura mitologica, assume connotati del ridicolo,quando si cerca di giustificare l'operato di un governo sulla base di questa misura. Come se tutti gli operatori seguissero ogni parola di Monti e non una loro strategia di investimento, di arbitraggio che usa i titoli di stato italiani, data la loro recente volatilita'. Quindi, va fatta una differenza sulle oscillazioni giornaliere e le tendenze di medio periodo. E' un dato di fatto che questo differenziale stia scendendo, per merito dei cambiamenti di direzione del paese, del maggior rigore riformista, per l'idea che qualcuno abbia una trama e che sappia cosa fare. Pero', ancora, pesano, per una ulteriore riduzione del costo del 'rischio Italia', altri differenziali, quelli che definisco 'sub-spreads' quello che si potrebbe definire uno 'spread socio-geografico'. L'Italia che arranca al sud, la disoccupazione di lunga durata, la mancanza di politiche industriali. O lo  spread generazionale. Gli italiani che invecchiano e che non generano figli per rendere sostenibile il sistema pensionistico. Lo spread sociale fra ricchi e poveri. Lo spread tecnologico, in un paese che ha inventato telegrafo e telefono. Chi guarda all'Italia con un'ottica di lungo periodo guarda anche a questo, non solo al fatto che ci sia qualcuno che sa mettere ordine nelle priorita' del paese, ma che da questa esplosione normativa esca fuori qualcosa di sostenibile e che riduca il divario fra il paese dei ricchi e quello dei poveri, per esempio. Per questo, il riformista in me crede che quel processo di cambiamento che ha cominciato Monti non potra' e non dovra' fermarsi al 2013, ma trovare qualcuno disposto a continuare sulla stessa strada, con una compiuta riforma delle professioni, il lancio di iniziative a favore dell'occupazione giovanile, delle famiglie, dello sviluppo del sistema della fiducia e del credito. Gli strumenti ci sono. Ma dovremmo guardare alla Luna e non all'indice…

L'Euroscetticismo - Sugli Euro Greci e' raffigurato il ratto di Europa da parte di Zeus, in forma di toro. Mentre la Grecia e' stata quasi trascinata via dall'Europa da un mercato in forma di orso, in cui gli operatori hanno avuto paura di un'eventuale crisi nel paese che poi trascinasse giu', come in un domino impazzito, il resto d'Europa, a partire dall'Italia. Per settimane, abbiamo atteso una specie di fine del mondo, mentre negoziazioni andavano avanti fra scene da film di Bertolucci. In una specie di orgia di fine dell'Europa, di uscita dall'Euro, per rientrare nella barbarie. Teorici della svalutazione monetaria come 'forma di lotta', quasi. Come uno sfregio a qualche potere costituito. Non inganniamoci. La svalutazione funzionava negli anni Ottanta, quando i fattori della produzione erano per la maggior parte disponibili nei vari paesi. A parte le risorse energetiche. Ma si poteva contare su diversi fornitori, sull'arbitraggio fra energia francese, olio libico, etc. Oggi, i mercati sono molto piu' rigidi e c'e' molta piu' domanda per risorse prime da economie che trenta anni fa erano necessariamente meno influenti. Un'uscita dall'euro, sebbene uno scenario sempre piu' remoto (ma ci siamo andati vicini, perlomeno, quanto mai prima), rimane la paura maggiore degli investitori, con tutta la confusione sociale, finanziaria sui pagamenti, sui contratti di fornitura e sulla liquidita' stessa del sistema che provocherebbe. Anche perche' un'uscita di scena alla Wanda Osiris dall'Euro sarebbe conseguenza o seguita a breve da un potenziale default dello Stato Italiano. Senza evocare Cassandra, non e' difficile immaginare le rivolte greche come una pallida rappresentazione della confusione che seguirebbe in Italia ad un'uscita dalla zona Euro. Piu' Tarantino che Bertolucci. Anche tenendo conto della continua rivalutazione delle monete cinesi ed indiane, nonche' della permanenza nell'Euro di economie come quella rumena e polacca dove molte nostre 'eccellenze' italiane producono ormai la maggior parte della loro merce. Invece, l'avvento dei due Marii ha creato alcune condizioni virtuose, politiche piu' coraggiose in campo europeo, ed in Italia una leadership che non solo non ha paura del Cerbero di Strasburgo, ma lo conosce benissimo. Tanto da far diventare l'Italia un potenziale laboratorio dell'Europa. Una nuova Europa che tenga conto dei cambiamenti secolari o millenari che attraversano il mondo. Rigore finanziario, disciplina sociale, fiscale. Non senza fatica, senza sacrificio. La generazione dei nostri figli potrebbe godere di un livello benessere inferiore al nostro. O, forse, semplicemente, ritroveranno ragioni di benessere e felicita' non tanto nell'ammontare di denaro, di salario, ma in altri fattori.

Il Gattopardismo - Un animale mitologico che, pero', ci riporta ogni volta alla mente la tradizione italica di restaurare appena un istante subito dopo la rivoluzione. I due passi avanti, un passo indietro del governo Monti sulle liberalizzazioni e' sicuramente l'effetto di pressioni della piazza riempita dalle caste non tanto sull'esecutivo ma sul Parlamento, la paura delle lobbies contro. Per un coacervo di politici che non riescono a leggere l'umore del popolo. O, forse, lo sanno fare e preferiscono soluzioni di breve soddisfazione a riforme importanti, vitali. Sempre per ridurre lo spread sociale del paese verso il resto d'Europa. Il Gattopardo aleggia, attraverso questa danza di intenzioni, ma anche nell'impossibilita' di riorganizzare lo stato, e tutti i suoi annessi di enti, societa', istituzioni piu' o meno fantasma. Come se, in un contesto europeo, uno stato dovesse saper fare tutto bene. La storia e lo sviluppo della crisi del rischio sovrano invece indicano chiaramente che anche gli stati, soprattutto in una federazione 'to be', dovrebbero cominciare ad organizzarsi su un altro piano. Da un lato apprezzando le differenze e le forze/debolezze delle economie locali, dall'altro creando criteri di omogeneita' di trattamento fra i vari paesi membri. Prima di tutto, la fiscalita', il regime di tassazione. Ridurre il nomadismo fiscale di imprese ed individui. A seguire, le leggi che regolano fallimenti e procedure concorsuali, che penalizzano moltissimo l'italia, data la diffidenza con cui banche ed investitori giudicano l'adeguatezza e la tempistica delle procedure di recupero crediti in Italia. Poi, parliamo di difesa, di sicurezza. Dobbiamo difenderci, ma, forse, non piu' avere in piedi un esercito per ogni paese. Let's go European Army. Con obiettivi di peace keeping, please. Il gattopardo si nutre di queste inefficienze, di questa mancanza di controllo sullo scopo dell'organizzazione statale. I mercati hanno paura di un paese dove i politici ed i boardi di stato non vanno mai in panchina, non si arrendono all'evidenza di un passaggio di consegne che aiuterebbe la generazione di nuove idée e di nuove soluzioni. Non lasciando per forza spazio ai piu' giovani, ma a chi abbia qualche esperienza in merito. A parte il trasformismo politico.

I Calebani - Il futuro dell'Italia e' nei naufraghi, negli immigrati. Non si tratta di auspicare occupazioni in stile orda barbarica, o di proporre mescolanze genetiche, ma di accellerare un processo che ha favorito ed aiutato molti paesi europei a mantenere un giusto equilibrio demografico. Mentre le prime generazioni di immigrati fanno studiare i figli, creando mobilita' sociale. E' accaduto in Francia, Inghiliterra, Germania. Ed ancora stupisce, visto dall'estero, il totale oblio italiano di fronte a questa ricchezza di risorse umane ed intellettuali che passano dal paese e solo con grande difficolta' hanno strumenti essenziali per iniziare un processo di integrazione. I Calebani siamo, pero', noi italiani, in questa difesa strenua di uno jus soli, di un diritto di cittadinanza che dovrebbe naturalmente essere un fattore di accoglienza piuttosto che di scontro ideologico. Un paese e' come un club, ci sono le regole da seguire e ci sono i benefici che ne seguono a seguirle. Siamo noi i Calebani quando, a livelli altissimi, cerchiamo di vendere Colossei corporate ad investitori stranieri. E' successo con le privatizzazioni dell'acqua, con l'energia, con le line aeree. E qui, pecco di europeismo spinto. Ancora una volta, se ci fossero regole comuni, se ci fosse un mercato paneuropeo di capitali e di fattori primari della produzione perlomeno efficiente. La differenza e' un motore della ricchezza di un paese. Non solo monetaria, ma di opportunita'. Anche in questo caso, ci vogliono riforme, ammortizzatori e facilitazioni sociali per chi vuol fare del Bel Paese una nuova Patria o, semplicemente, un luogo dove lavorare per un periodo. Frequentando ogni tanto gli uffici del consolato italiano, rimango sempre colpito dal fatto che una buona percentuale di persone in coda con me sono stranieri con un protobisnonno italiano o povere anime con moglie in Italia, loro costretti altrove, ed i figli con una nonna ancora in qualche parte dell'Africa. Per qualche motivo, rimaniamo una meta ambita. Siamo noi i Calebani.

Troppa Trama - La narrativa del mondo si fa sempre piu' complessa. Da analista finanziario, e' difficile, sempre piu' ostico, assimilare tutte le informazioni, le opinioni, fatti, e continuare a cercare di derivare una propria idea. E questo vale globalmente. Ma, di solito, esiste una trama generale ed altre trame sottostanti. In America, e' chiaro che la crisi stia finendo, che, timidamente, la ripresa stia iniziando. Le sottotrame sono anch'esse chiare. Ci sono stimoli all'economia che hanno funzionato, altri che non sono stati altro che una rinfrescata a vecchi dogmi, dell'investimento, del credito agevolato, dello stato come garante di ultima istanza. In Italia, invece, le verita' cambiano e modificano anche la lettura dei dati. Troppa Trama! Si gridava al cinema, quando qualche film, di solito francese o svedese, si lanciava in storie parallele, inutile, dove in ogni momento della pellicola, si cercasse una profondita' filosofica del messaggio. Troppa Trama! Penso spesso, leggendo dichiarazioni di esponenti politici, di presunti capitani di industria. Ognuno con la sua idea di qualche complotto, di qualche danno che si arreca all'economia, qualunque sia la misura. Mentre si sa che le politiche economiche beneficiano di chiarezza istituzionale e politica, di un progetto che venga perseguito, anche se ci sono aspetti non chiari, se ci sono contrattazioni e negoziazioni, se ci sono confronti duri da avere. In questo, Monti eccelle. Forse aiutato dall'esperienza di preside e di commissario europeo, dove ci vogliono idée chiare e vanno coinvolti gli aventi causa, o gli stakeholders, come direbbe la regina Elisabetta. E si torna all'inizio, a questo riconoscimento internazionale che il governo Monti stia affrontando i problemi, come se ci fosse un solo plot, una sola trama. Senza troppi compromessi. Occorre una lenta ma inesorabile ricostruzione di un tessuto dell'intervento pubblico, della compartecipazione privata, sia come singoli che come imprese, come sindacati. Bene fa il governo ad ignorare le cassandre, i Mercuri e le voci dell'oltretomba ideologico che sono alcune fazioni partitiche. Ripartire da una storia semplice. Rimettere a posto le regole del gioco. Niente di piu', per ora.

Cinque paure, che indicano un potenziale rischio di surriscaldamento della situazione italiana. Cinque angosce che turbano chi osserva il paese neanche da troppo lontano. In un momento storico unico. Le forze in campo sono nuove. Monti ed il suo governo sono come Cameron (James) nel suo piccolo sommergibile. Sanno che devono arrivare, passo dopo passo, in fondo all'abisso, un luogo che ancora non conoscono nel dettaglio ma che si possono immaginare. Che, in fondo, un po' di quiete e silenzio delle profondita' oceaniche non farebbero male a nessuno.

Cosimo Pacciani

 

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