Il default "politico" di Monte dei Paschi PDF Stampa E-mail

Uno dei leit-motiv preferiti di chi continua ad individuare nella "finanza speculativa internazionale" il colpevole principale della crisi dell'economia italiana è quello secondo cui le banche americane - brutte, sporche e cattive - hanno giocato troppo coi malefici derivati, trascinando nel baratro  l'incolpevole economia italiana, le cui banche sono invece tutte rigorosamente belle, profumate e buone.

Che la crisi finanziaria mondiale del 2007 abbia avuto origine nell'eccessiva leva finanziaria impiegata dalle banche americane nell'investimento in prodotti strutturati basati sul settore immobiliare è un fatto, non un'opinione. Così come è un fatto che il successivo inaridirsi dei canali della liquidità e il fallimento di alcune grandi istituti bancari abbiano portato, rispettivamente, ad una pesantissima recessione mondiale e ad un violento ritorno dell'avversione al rischio sui mercati dei capitali. Entrambi eventi hanno gettato un fascio di luce sui problemi strutturali dell'economia italiana e del processo di integrazione europea, creando la "terza fase" della crisi (quella sui debiti sovrani), di cui il nostro paese è tristemente protagonista.

Ma quanto sta avvenendo in queste settimane al Monte dei Paschi di Siena fornisce qualche spunto di riflessione interessante in merito alla leggenda secondo cui il nostro sistema bancario costituisca un solido baluardo di efficienza ed equità contro le dannose scorribande del liberismo selvaggio.

Al 30 settembre di quest'anno, il terzo gruppo bancario italiano registra una perdita di oltre 1 miliardo e 664 milioni di euro, pari a quasi il 70% della capitalizzazione. Questo pessimo risultato è stato forse causato dall'aver ceduto alle sirene della finanza internazionale? Dall'aver utilizzato i soldi dei correntisti per scommettere su complicati derivati, o per investire in enormi speculazioni immobiliari? Nient'affatto. L'istituto senese ha sì compiuto operazioni spericolate, ma su titoli di stato italiani. L'attivo patrimoniale del Monte dei Paschi, infatti, è ingolfato di titoli del debito pubblico italiano, la cui caduta del valore di mercato ha prodotto inevitabili e pesanti riflessi sul conto economico. Come se non bastasse, sui BTP in portafoglio sono state anche compiute operazioni strutturate la cui redditività - si legge in una nota ufficiale del gruppo - è ulteriormente negativa. In secondo luogo, una così pesante perdita di esercizio non può non dipendere da errate valutazioni sull'affidabilità dei prestiti erogati, come confermato dal dato sull'esigibilità dei crediti concessi (quasi il 10%, tra sofferenze e incagli). Significa che qualcosa è andato storto nelle scelte allocative del risparmio; ma a differenza di quanto è accaduto nelle banche d'investimento oltreoceano, la governance del Monte dei Paschi è di fatto in mano pubblica, poiché la quota di controllo (il 34,90%) è in mano alla Fondazione Mps, a sua volta controllata da enti pubblici.

Come conseguenza di tutto ciò, quasi 4 miliardi di euro di soldi pubblici (su un capitale sociale di soli 2,3 miliardi!) sono in viaggio verso Siena per ricapitalizzare il Monte dei Paschi tramite l'acquisto di speciali strumenti finanziari riservati (i cosiddetti Monti bond, che seguono i meno fortunati Tremonti bond), con un tasso di interesse del 10%. Se - come pare probabile - la redditività della banca non consentirà la distribuzione di dividendi, il pagamento degli interessi sul prestito statale avverrà tramite la cessione di quote del capitale sociale. Significa che tra pochi mesi il 25% del Monte dei Paschi di Siena sarà di proprietà del Ministero del Tesoro della Repubblica italiana.

A pochi metri dalla bellissima Piazza del Campo, si sta consumando un silenzioso dramma che non racconta solo una storia locale (mesi fa il sindaco di Siena si è dovuto dimettere per contrasti interni alla banca… com'era quella storia della politica che, con le cene milanesi, rischiava di avvicinarsi troppo alla finanza…?). Racconta una vicenda molto più ampia, fatta di tre fallimenti. Il fallimento di uno stato che, non riuscendo a fare definitivamente ordine nei propri conti pubblici, ha indotto le banche ad acquistare a prezzi di favore i titoli del debito pubblico che il mercato non era più disposto ad assorbire. Il fallimento di un sistema di gestione degli istituti di credito, che ha abdicato al suo ruolo-chiave nel sistema economico (l'allocazione del credito nel modo più produttivo possibile), preferendo i criteri politici a quelli economici. E infine il fallimento di un sistema che vent'anni fa, quando le banche erano enti di diritto pubblico i cui vertici erano nominati direttamente dal governo, non ebbe il coraggio di ritrarre completamente la politica dal mondo bancario e si inventò - in omaggio all'onnipresente gradualità di ogni riforma - il sistema delle Fondazioni. E' una storia già vista: negli stessi anni, si ebbe l'intuizione del sistema pensionistico contributivo, ma non si ebbe il coraggio di applicarlo integralmente subito, creando le premesse per l'implosione del sistema e quindi per la necessità del duro intervento della riforma Fornero un anno fa. Ordinaria amministrazione, in un paese che ha barattato la riforma del presente con la rassicurante continuità del passato, finendo per condizionare irrimediabilmente il futuro.

L.Marattin

 

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