Maria Maddalena de' Pazzi: una Santa a Montemurlo PDF Stampa E-mail

Maria Maddalena de' Pazzi, al secolo Caterina (Firenze, 2 aprile 1566 – Firenze, 25 maggio 1607), fu una religiosa carmelitana, proclamata santa da Papa Clemente IX il 22 aprile 1669.

Visse spesso una profonda meditazione della Sacra Scrittura riflettendo particolarmente sulla Trinità. Le sue consorelle annotarono le sue parole, i suoi gesti e molte lettere (solo alcune furono inviate ai destinatari), finalizzate alla riforma della Chiesa in relazione con l'opera di rinnovamento promossa dal Savonarola. La sua spiritualità influenzò profondamente la società fiorentina del Seicento

L'infanzia

Nata in una delle famiglie più in vista della nobiltà fiorentina, da Maria Buondelmonti e da Camillo di Geri de' Pazzi, Maddalena era la secondogenita, battezzata come Caterina, anche se fu comunemente chiamata Lucrezia in onore della nonna paterna. Aveva altri tre fratelli: Geri, Alamanno e Braccio.

Nella sua infanzia respirò l'atmosfera raffinata di una casa patrizia, come lei stessa ebbe a ricordare: «Amo per natura la grandezza, e non le cose brutte ma ricche e belle» (PRO I, 68-69). Bambina timida, poi adolescente schiva, fu seguita da due gesuiti, Rossi e Blanca, come confessori e direttori. Essi la introdussero al cristianesimo e la educarono alla preghiera. In due periodi (dal 25 febbraio 1574 al 1578 e dal 16 marzo 1580 al maggio/agosto 1581) fu educanda in San Giovannino dalle Cavalieresse di Malta.

A partire dal maggio 1581, mentre il padre era governatore a Cortona, esistono delle possibilità che sia vissuta per qualche tempo nel monastero cortonese delle Poverelle del Terzo Ordine di San Francesco. Tale esperienza potrebbe illuminare i tratti francescani della sua vita, il suo amore per la povertà e il perché, più tardi, avrebbe chiamato Francesco "serafico padre" (PRO II, 222) e Chiara "sua avvocata".

La vita monastica

Forse ancora troppo giovane, scelse di diventare monaca carmelitana, entrando a Santa Maria degli Angeli, in Oltrarno, a soli sedici anni (27 novembre 1582). Oggi solo il sito ambientale, occupato dal locale seminario è ancora in San Frediano in Cestello, mentre il Carmelo si trova in zona Careggi.

In questo monastero, legato da diversi anni ai circoli femminili savonaroliani, fatto testimoniato dalla presenza, sotto l'altar maggiore, della sepoltura del corpo di Maria Bartolomea Bagnesi, si respirava un clima di impegno evangelico e di serietà esistenziale, si attendeva con trepidazione una santa.

I primi cinque anni di vita monastica sono i più noti della biografia maddaleniana. Astrazioni, ratti, drammatizzazioni di episodi evangelici si intrecciavano con la vita ordinaria della giovane carmelitana. In realtà, sotto queste etichette, si raggruppano una varietà di fenomeni assai diversificati che vanno da una meditazione orante della Parola o sul tempo liturgico, a sospensioni di coscienza, fino a scene di mimo, alla dettatura di lettere e a dialoghi con le consorelle. Un dato costante e trasversale rimane la loro interruzione per la celebrazione della Liturgia delle Ore, l'Eucaristia e, talora, più prosaicamente, per prender cibo.

Le sorelle, in parte stupite, in parte ammirate, si mobilitarono per curare talvolta, con una complessa procedura, la redazione di appunti contemporanei, dei veri reportages delle sue parole-gesti, talvolta delle trascrizioni di colloqui di sintesi.

I processi attestano ampiamente simili opzioni: «Come Sr. Maria Maddalena haveva proferito un periodo, quella monaca che l'haveva tenuto a mente lo dettava a una di quelle che scrivevono et mentre quella scriveva un’altra teneva a mente quello che seguitava di dire et lo dettata et ricordava a un’altra di quelle che scrivevono; et così seguitavono…e ciascuna faceva il numero al periodo che haveva scritto, cioè: la prima il numero uno, la seconda il numero dua, la terza il numero tre et poi ripigliava la prima il numero quattro et così seguitavono di un in uno per ordine.» (Processus).

Il loro lavoro è la fonte principale della conoscenza di Maddalena e ciò spiega il loro particolarissimo genere letterario che conserva il vigore e i limiti di un'oralità viva e palpitante.

Più tardi, alla scuola di Santa Caterina e del Savonarola, si convinse di dover partecipare alla "rinnovazione della Chiesa" dettando delle lettere, più che nel tracciato disciplinare del Concilio di Trento sulla falsariga di un profondo ritorno al Vangelo, esortando e ammonendo tutte le vocazioni ecclesiali, anche ecclesiastiche ad una maggiore autenticità di vita.

Dettò alcune lettere per papa Sisto V e ai cardinali della curia romana. Tre lettere furono indirizzate all'arcivescovo di Firenze Alessandro de' Medici, dove pare che gli predisse il suo brevissimo pontificato (di ventuno giorni).

Per circa vent'anni fu impegnata silenziosamente nell'intreccio di preghiera e lavoro proprio della vita monastica.

Già vicaria per l'accoglienza delle giovani che venivano in foresteria (1586-1589), fu coinvolta, a vario titolo, nella formazione delle giovani dal 1589 al 1607 e sottopriora dal 1604 al 1605.

Ammalatasi, passò gli ultimi tre anni travagliata nel corpo e nello spirito, morendo il 25 maggio 1607 a quarantun'anni.

Culto e canonizzazione

Ancora in vita veniva considerata una santa vivente per la comunità religiosa e laica fiorentina. Nel 1611 iniziarono i processi per la beatificazione. L'8 maggio 1626 fu proclamata beata da Urbano VIII e il 28 aprile 1669 fu canonizzata da Clemente IX.

Le sue spoglie vennero trasferite in Borgo Pinti, in quella che sarà dedicata a lei come chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi, a seguito del trasferimento di tutto il monastero. Nel 1888, a seguito di un nuovo trasloco, vennero spostate nel Monastero di Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Careggi, dove tutt'ora si trovano sotto la cura di consorelle carmelitane. La memoria liturgica è il 25 maggio.

La questione delle "estasi"

La targa che ricorda la Santa, presso la chiesa di San Frediano in Cestello a Firenze

Nel Carmelo fiorentino circolavano da tempo testimonianze e fonti manoscritte su donne celebri e stimate come Caterina de' Ricci da Prato OP e Bartolomea Bagnesi OP (il cui confessore era dal 1563, lo stesso governatore del monastero) dense di fenomeni straordinari, astrazioni e ratti. Le donne del tempo crescevano con l'idea che un intenso percorso spirituale, prima o poi, non poteva essere estraneo ad una qualche manifestazione esteriore, temuta, ma attesa come sigillo di un intervento divino.

«Nel contesto cinquecentesco, visioni e rivelazioni erano parte integrante della vita religiosa. Un contesto in cui il visionario è presenza ordinaria nella società, le sue funzioni, in un certo qual modo, vengono a sovrapporsi, anche se non a confondersi, con quella mediazione istituzionale offerta dal clero» (A. Gentili – M. Regazzoni, La spiritualità della riforma cattolica, 1993).

Non bisogna dimenticare, poi, che le donne, nel dopo concilio di Trento, non potevano certo parlare in pubblico di temi teologici, tanto meno commentare la Scrittura. Non potevano, è cosa fin troppo ovvia, studiare teologia, riservata ai presbiteri. Conclusione: forse solo attraverso un segno dall'alto, come le "estasi" (che potevano avere una qualche componente psicologica), potevano salvaguardare le donne da un facile incontro con i tribunali dell'Inquisizione, ma non esoneravano da numerosi interrogatori e verifiche delle stesse.

Si fa fatica ad ipotizzare un'espressività al femminile in contesti cinquecenteschi, del tutto aliena da una certa esuberanza emotiva. Solo rari autori, come Giovanni della Croce, avrebbero chiaramente scritto e predicato che le "estasi" non sono affatto essenziali per una seria avventura spirituale.

D'altra parte, non si può dimenticare che una ricca efflorescenza anche esteriore è segno , per molti aspetti iniziale, «...del contraccolpo emotivo (transitorio e accidentale, ma quasi inevitabile) dell'esperienza contemplativa sulla dimensione psicologica e psicosomatica dell'esistenza» (B. Callieri, Esperienza mistica e psichiatria, 1984). La stessa Teresa d'Avila dichiarò che nella maturità spirituale le "estasi" scompaiono.

Infine, anche solo il contesto sociologico, per un'autonoma espressività al femminile avrebbe richiesto una maturità psicologica non comune, come si osserva in Domenica da Paradiso, comunque coperta da un'obbedienza (più o meno sollecitata) come si può osservare per Santa Teresa d'Avila.

Infatti, secondo le sorelle di S. Maddalena, fattori temperamentali come la timidezza e la giovane età, avrebbero frenato la libera espressione della giovanissima carmelitana se, da un punto di vista credente, non ci fossero state le "estasi".

Maria Maddalena a Montemurlo

L’elegante Villa Pazzi a Parugiano fu la residenza estiva di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ultima canonizzata tra i santi fiorentini. Fin da bambina, ella si recava  con la sua famiglia alla villa di Parugiano, presso cui amava soggiornare e insegnare ai contadini del luogo i primi rudimenti scolastici. Qui, all’età di soli dodici anni visse «l’eccesso d’amore di Dio», ossia ebbe la sua prima esperienza mistica e, proprio in ragione delle continue estasi di cui fu protagonista, la sua figura è legata a questo luogo da un alone di santità e mistero.

Non pochi sono gli aneddoti sulla sua infanzia, trascorsa a Parugiano. Assieme a quello della fontana d’acqua perenne, che la santa avrebbe fatto scaturire nella vasca del giardino, il più caratteristico riguarda l’arancio amaro,  piantato secondo la tradizione da Maria Maddalena stessa, perché avrebbe avuto la facoltà di curare il mal di testa. In verità, si tratta di un melangolo, ossia un innesto i cui frutti sono particolarmente amari e le spine così pungenti, che al solo toccarle la santa andava in estasi, perché le veniva in mente l’incoronazione di Gesù Cristo.

Oggi nel luogo in cui ebbe la sua prima estasi, sul retro dell’antica porta della sacrestia, si trova un tabernacolo dedicato alla sua memoria. Un particolare di rilievo riveste la cappella della villa, che risale alla metà del `500 ed è interamente affrescata da Giovanni Stradano.

 

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