Antichi castelli della Toscana PDF Stampa E-mail

Vista così , dall’alto e da lontano, la Rocca di Montemurlo si asside sprofondata come una regina su un trono arboreo a guardia della pianura sottostante, posata su un’ultima propaggine sud dell’Appennino tosco-emiliano. Due torrenti delimitano il colle, il Bagnolo, nell’omonima frazione e l’Agna, attuale confine provinciale Prato-Pistoia e comunale Montemurlo-Montale. Si trovava perciò, naturalmente, in una posizione davvero strategica, dati i rapporti e le posizioni dei Comuni medievali di Firenze e Pistoia, non trascurando quello di Prato. Per fiorentini e pistoiesi, per guelfi e ghibellini, possederla era veramente cruciale, quando lo scopo fosse, di volta in volta, la guardia del luogo, il controllo della cospicua produzione agricola tutt’intorno o, ancora, la “protezione” della diramazione francigena del traffico commerciale e del pellegrinaggio che vi si svolgeva. Infatti, due chilometri in linea d’aria separano appena la Rocca dal castello pistoiese de La Smilea di Montale, connessi all’intricato sistema di torri d’avvistamento costruito a partire dal X secolo dai conti Guidi nei loro feudi toscani.

In questa parte nord-occidentale della Tuscia, i Guidi, famiglia longobarda, nel 960 avevano ricevuto dal re d’Italia Berengario vasti possedimenti fra il pistoiese e il fiorentino, a titolo di riconoscimento feudale per averlo appoggiato nello scontro ingaggiato contro Ottone I re di Germania. E si sottomettono in seguito, per la convenienza di mantenere i possedimenti ricevuti, anche a quest’ultimo, sia pur combattuto in precedenza, prestandogli giuramento due anni dopo (962), quando il tedesco scende in Italia per la sua “campagna elettorale” (incoronazione).

Molto prima del 5 febbraio 1066, data di un documento d’archivio che attesta l’esistenza di «curte et castello» a Montemurlo in alto, i Guidi avevano costruito lì una torre fortificata d’avvistamento alta almeno cento piedi, fabbricata in pietra bianca su base quadrata, la quale “dialogava” a catena con quella del Serravalle pistoiese e con altre ancora. Ai suoi piedi si forma un piccolo borgo-casale, insediato sui precedenti siti, prima etruschi e poi romani (Cicignano, Albiano ecc.).

La comunità religiosa, sottoposta alla giurisdizione del vescovo di Pistoia, si raccoglieva, già prima del Mille, intorno a un piviere1 dedicato a S. Giorgio e S. Giovanni Battista. La torre e le altre successive, erette per la fortificazione, furono smezzate o interamente demolite dalle catapulte usate in quell’assedio del 1320 consumato dal capitano ghibellino Castruccio Castracani, signore di Lucca: il campanile della chiesa di S. Giovanni decollato  rivela difatti la successiva aggiunta in mattoni, adottata per l’adattamento campanario, ma anche lo scartamento ridotto dell’attuale torre rispetto a quella originaria.

Il borgo è sicuramente “incastellato” già nel 1019-1020, anni in cui due distinti documenti notarili, redatti rispettivamente in Prato e in Pistoia, registrano atti di vendita fondiaria “in quel di Montemurlo”. Il complesso si presentava nella sua originaria forma regolare, oggi perduta, perimetrato a forte in pietra alberese, che l’immaginazione cosciente può ricostruire molto dettagliatamente solo grazie a un dipinto  eseguito nel 1585 dal pittore fiammingo Jan van der Straet (Giovanni Stradano). La tela si trova al momento custodita, cioè inaccessibile al pubblico, nella cappella di Villa Pazzi al Parugiano di Montemurlo.

Questo bell’esempio di architettura altomedievale, inserito e governato in un contesto feudal-comunale dei più “classici” per quell’epoca (la dinamica Firenze-Pistoia del Dugento), merita un’attenzione particolare, non foss’altro per accennare alla rilevanza storica dei due assedi subiti nel 1325 e nel 1537, di cui si dà conto più avanti per descrivere le trasformazioni strutturali riportate e le loro problematiche.

 

Per ora è interessante soffermarsi, giustamente, sulla precisa menzione che Dante ne fa nel Canto XVI del Paradiso, quando al cospetto delle “rivelazioni passatiste” del trisavolo Cacciaguida, questi d’un tratto afferma: “Sariesi Montemurlo ancor de’ Conti” (verso 64mo). Non a caso il passo è espresso al modo condizionale (“sariesi”), usato apposta per alludere a una verità spiegata nei versi successivi, e che la ricerca storico-critica non ha ancora del tutto contestualizzato. A buon giudizio di Dante, quelle condizioni negative che alla fine furono causa dell’“obbligato passaggio” della Rocca di Montemurlo a Firenze, la quale versò ai Guidi la cospicua somma di 5.000 Fiorini, crearono nel 1254 (scomparso già Federico II: un vero ostacolo all’acquisto) un fatto strano e inaudito, un vero e proprio precedente sfavorevole e fosco per l’ulteriore sviluppo degli avvenimenti storici della Toscana e della “serva Italia”. Perché?

I conti Guidi erano feudatari eccellenti nell’uso delle armi, e proprio a questa qualità dovevano la loro fortuna in Toscana. L’appoggio dei Papi per la partecipazione alle Crociate da un lato (Guido il Vecchio) e il sostegno dell’Imperatore per la disponibilità militare manifestata ai Suoi fini dall’altro, avevano garantito ai vari rampolli “numerati” dei Guidi, I, II, III e IV, l’estensione di feudi e castelli a macchia di leopardo. Con una politica “pratica” insomma, essi avevano saputo, da ghibellini com’erano, destreggiarsi sempre molto bene nella diuturna e risorgente contesa dugentesca fra Chiesa e Impero, anche se nella sostanza erano una stirpe di illetterati (alcuni non sapevano fare neanche la firma), di “ignoranti”, come il fiorentino intende il termine: brut(t)i, forti, “cattivi” e pre-potenti. Guido V fu addirittura nominato Guerra, tanto da assumere nel 1099 il nome di Guido Guerra I. Nello stesso anno, grazie a Matilde di Canossa, marchesa della Toscana, fu assegnato a costui il titolo di Margravio, per aver organizzato una benemerita spedizione militare contro l’antipapa Wilfredo. Ora, nell’organizzazione politico-amministrativa dell’impero carolingio (diritto feudale) il margravius (Mark “marca” e Graf “conte”) è esattamente il “titolare di uno dei grandi territori di confine creati per la difesa contro i popoli vicini”. Il significato giuridico del titolo acquisito spiega la posizione locale dei Conti Guidi e l’importanza “politica” del possesso della Rocca, nonché il senso della dinamica “sociale” ingaggiata intorno al feudo di Montemurlo da Chiesa, Impero e Comuni fra X e XIII secolo. D’altro canto, quei versi paradisiaci della Commedia in cui la Rocca è citata, propongono, per bocca di Cacciaguida, la visione politica alternativa a quell’esito sciagurato, causa del declino del castello.

Nella rissa ingaggiata fra pistoiesi e fiorentini per estendere le rispettive municipalità al contado limitrofo, la feudalità di confine (Montemurlo) alla fine ne fa le spese. Già nel 1137 Firenze toglie ai Guidi gran parte dei loro castelli toscani, tranne Montecroci e Montemurlo, dove appunto i feudali mantennero a lungo una guarnigione militare ben vettovagliata e rifornita. Nel 1203 Pistoia riesce a strappare ai conti quest’ultimo castello, che in settembre fu subito riguadagnato grazie all’intervento dei fiorentini e dei pratesi, in appoggio ai Guidi. Passaggerie e pedaggi di confine come “Catena d’Agliana” subiscono diversi cambiamenti di regime daziario. Nel 1204, col pio ufficio del Papa viene stipulato un accordo sul governo di castello e feudo, favorevole a una Firenze che soccorre i Guidi in difficoltà con Pistoia e con l’approvazione dei Bolognesi. Con esso i pistoiesi riconoscono ai Guidi il totale possedimento di Montemurlo e delle sue corti, promettono lo smantellamento del castello di Montale, pagano l’indennità di guerra con 300 soldi pisani e s’impegnano a restituire il maltolto, tranne i beni regolarmente alienati o ricevuti in feudo. Ma gli interessi concreti li spingono a salvaguardarsi dalle clausole contrattuali, giacché i feudi della Rocca sono molto più vicini e confinanti con la città ghibellina che non con quella del bianco Fiore. Alla lunga i Guidi non ce la fanno a reggere la situazione di confine, impegnati come sono altrove per altri interessi toscani. Nel maggio 1219, Ruggeri, il maggiore dei fratelli Guerra, tratta in Pisa il castello col Podestà di Pistoia, e pronuncia la promessa di vendere Montemurlo con terre e possessi per 14.000 soldi pisani, di cui metà subito e il resto con garanzie da depositarsi in Pisa o Lucca. Al deposito non si presenta nessuno perché gli informatissimi fiorentini ricattano a bella posta i Guidi tirando fuori un precedente contratto del 24 aprile dello stesso anno, stipulato proprio con Firenze.

 

Con esso fratelli e figli di Guido Guerra V (Tetgrimo, Aghinolfo, Ruggeri, Marcovaldo e un ennesimo Guido) avevano promesso di tenere in perpetuo la Rocca di Montemurlo, di non cederla a nessuno, nemmeno alla Chiesa, e di fare guerra a fianco dei fiorentini chiunque fosse il nemico. Il contratto per l’appunto è regolare perché erano stati impegnati diversi castelli toscani (Montevarchi, Lanciolina, Loro, Pozzo), era stato riscosso anche un prezzo di 5.000 lire e versata la penale, a garanzia preventiva, di 2.000 marche d’argento. Insomma, la guerra di confine fra la guelfa Firenze e la ghibellina Pistoia si svolgeva senza esclusione di colpi. I Guidi intendevano approfittare deliberatamente della loro posizione di mezzo, ma non riuscirono a giocare da veri furbi come ritenevano d’essere; al contrario, quella feudalità “ignorante” venne meno alle mene municipali per l’incapacità di resistere al denaro e di non saper contrattare. L’usanza giuridica tutta longobarda di mantenere indivisa la proprietà dei beni fra parenti e discendenti li rendeva fragili di fronte alla sapienza commerciale dei comuni.

La vicenda si chiuse esattamente nel 1254, dopo che lo scontro fra le fazioni aveva visto Pistoia allearsi con Siena e Pisa. Lo schieramento antiguelfo dei conti di Montemurlo fu il passo falso che li compromise fino al punto di perdere la Rocca. Furono ricattati da Firenze per il contratto del 24 aprile 1219 e la contesa finì con la vittoria di Firenze, la quale a rivalsa fece rogare da notabili del livello di Brunetto Latini un complesso trattato sulla proprietà di Montemurlo, composto da tre contratti separati firmati da Guido Guerra VI e da sua moglie, la contessa Agnesina. Morale: non per soldi (pisani) ma per denaro (fiorini) la città del Fiore entrò in possesso di terre che distavano dal Battistero di Pistoia appena 5 o 6 chilometri!

Il senso della stigmatizzazione di Dante per la perdita ghibellina di Montemurlo, avvenuta per “transazione”, sta tutto qui. Valga una traduzione fedele del Canto XIV del Paradiso, in cui è presente il giudizio:

 

Cacciaguida : - «I miei antenati ed io stesso nascemmo in quel luogo dov’era l’ultimo sestiere di Firenze, Porta S. Pietro, laddove si corre il Palio dei cavalli, lungo le case degli Elisei. Per descrivere la loro generazione, che tipi fossero e da dove venissero, ti basti che di loro si riesce a sapere tanto più quando si tace che quando si parla con onestà! Pensa che nel quartiere, allora delimitato fra il Battistero e Ponte Vecchio, la popolazione attiva alle armi era un quinto dell’attuale. Ma la cittadinanza allora la si riconosceva a occhio, pura perfino nell’ultimo degli artigiani. Adesso invece, per l’immigrazione dilagante, è mescolata col contado di Campi Bisenzio, di Certaldo e di Figline Valdarno… Ah, quanto sarebbe stato meglio che codesta gente fosse restata “vicina”, che i confini fossero rimasti fra il Galluzzo e Trespiano, piuttosto che avercela dentro le mura. Non saremmo costretti adesso a sopportare il puzzo di villani come Baldo d’Aguglione o come quelli di Signa, così sensibili e pronti a strizzar l’occhio al baratto e allo scambio. Se questa gente predisposta alla deviazione dalle virtù proprie e dai principi originari - affine in fondo agli ‘ecclesiali’ della Curia Romana - non fosse così tanto estranea e ostile al principio imperiale dei Cesari, ma al contrario nutrisse a quel principio lo stesso amore e bene di una madre al figlio (fenomeno tipicamente fiorentino, sai: far mercato e cambio di tutto, esageratamente, fino all’usura), allora essa avrebbe trovato posto a Simifonti, paese elettivo degli elemosinatori e dei mendicanti fin dai tempi dei miei avi - che infatti vi si recavano appositamente per ossequiare al precetto.

Il castello di Montemurlo sarebbe ancora in mano ai Guidi - conti imperiali per antonomasia -; gente come i Cerchi abiterebbero nella pieve di Acone in Val di Sieve, e forse i Buondelmonti starebbero di casa sempre in Val di Greve, ciascuno nel suo luogo d’origine! È sempre la confusione delle persone e della gente l’origine e il principio di ogni male della Città!, così come s’ammala chiunque metta sullo stomaco altro cibo su quello non ancora digerito. E il toro che non vede cade più energicamente dell’agnello che non vede; cioè, taglia di più e meglio una spada che cinque spade. Se tu guardi la fine che hanno fatto Luni ed Urbisaglia, e come gli vanno dietro Senigallia e Chiusi, non ti stupirai nel capire che le generazioni, le stirpi si disfanno; sì come anche le città finiscono. Ogni cosa di voi laggiù - e voi stessi - ha la sua morte; ed essa si nasconde proprio in quella cosa che appare più duratura. Tanto si muore presto!» - Dante Alighieri, Comedia, “Paradiso”, canto XVI, vv. 40-78.

 

Il possesso del castello di Montemurlo da parte dei Fiorentini inaugura e stabilizza la nuova situazione politica locale che durerà oltre la metà del XIV secolo. Non senza ribaltoni e contraccolpi, messi in campo nel corso della lotta fra guelfi e ghibellini prima, e fra Bianchi e Neri poi. La conquista della Rocca era stata causa ed effetto dell’allargamento del dominio di Firenze sulla Toscana, per cui la disposizione spaziale delle forze ghibelline, specie dopo l’insuccesso della discesa nel 1312 di Arrigo VII di Lussemburgo, vedeva Pisa e Pistoia sempre più isolate e accerchiate da quella che sarà la Lega guelfa di S. Genesio, comprendente Lucca. Fino al 1537, Castello e Rocca di Montemurlo si ritrovarono a svolgere la funzione più classica e tipica della postazione di confine: rifugio e rilancio delle iniziative dell’una e dell’altra parte.

 

 

Nella prima metà del Trecento, il partito ghibellino capeggiato da Pisa riesce a organizzare le sue forze affidandole a un temibile signore lucchese: Castruccio Castracani. Munito di qualcosa come cento cavalli e quattromila fanti, batte Montecatini nel 1315, sottomette ai tributi Pistoia (1322), minaccia Prato acquartierandosi a Jolo, s’insedia al Montale e nella Smilea, mentre compie scorrerie antiguelfe ad Agliana, Santomato e un po’ dovunque intorno a Montemurlo, fino a portarsi sotto le mura fiorentine (1325). Firenze lo teme e non l’affronta in campo aperto. Per tutta risposta, il 27 ottobre 1325 il condottiero ghibellino pone l’assedio a Montemurlo, tanto per provare e privare Firenze del suo massimo punto di forza sul confine pistoiese. Adimari, Pazzi e Strozzi sono le famiglie nobiliari fiorentine stanziatesi nel contado montemurlese che dovettero difendere le diverse ville di proprietà ( Javello, Parugiano, Cicignano, Barzano, ecc.). L’assedio fu condotto con la più classica e scenografica tecnica militare medievale. Castruccio fece scavare in più parti la cinta muraria, rizzò palizzate a fianco delle porte principali (Portaccia, Porta del Ghiotto, Porta di Ripa), battè gli edifici con diverse catapulte, non mancando di tenere in scacco i possibili aiuti esterni mediante preventive incursioni, saccheggi e rifornimenti. Alla fine Firenze crollò e venne a patti col capitano ghibellino. Impadronitosi della roccaforte, Castruccio ne fece la base principale per tenere a bada e sotto controllo Pratesi e Fiorentini, così da consentire ai coloni pistoiesi di coltivare in pace le terre a beneficio della già tributaria Pistoia. Passò quindi a consolidare lo spazio conquistato fortificando la Valbisenzio, la valle d’Ombrone, Carmignano, e poi Bacchereto, Artimino e Vitolini.

 

Ma anche nell’assedio del 1537 furono usati pesanti mezzi di distruzione della roccaforte montemurlese. Esso avvenne nel contesto della lotta locale fra Panciatichi e Cancellieri, rispettivamente pro e contro il potere dei Medici a Firenze. Cosimo I, succeduto ad Alessandro de’ Medici dopo l’uccisione del gennaio 1537, organizzò una violenta repressione fisica del partito antimediceo degli Strozzi rifugiatosi proprio nel Castello di Montemurlo, in mano ai Cancellieri.

L’esito dell’assedio sanzionò il definitivo passaggio politico di Montemurlo nell’alveo della Toscana medicea, pur rimanendo, per la feudalità ecclesiale fino ad oggi, un territorio di Pistoia. A suo tempo Castruccio si era messo d’impegno a riparare i danni che lui stesso aveva causato alla fortificazione. E qui v’è il dubbio di come, in che misura e forma restaurò la struttura incasellata. E se la restaurò. Infatti, dato che attualmente Montemurlo della struttura originaria (cfr. il dipinto di Giovanni Stradano,) mantiene intatta solo la Rocca, alcune porte isolate nella boscaglia e poche decine di metri delle mura raffigurate, sorgono naturali almeno due domande per il ricercatore più interessato: a) La tela del pittore fiammingo - eseguita nel 1585, cioè successivamente ai due assedi, e peraltro facente parte di una collezione “privata”, vale a dire non del tutto verificata e verificabile ufficialmente nella commessa che l’ha generata - rappresenta il Castello di Montemurlo com’era nel 1585 o ricostruisce, nella volontà del pittore, la condizione duecentesca del Castello, fornendone per committenza la memoria grafica? b) Quante e quali vicende hanno determinato nel tempo il passaggio dalla forma originale del castello a quella attuale, assai più ridotta?

 

È tuttora molto difficile fornire risposte soddisfacenti, soprattutto per l’attuale contesto di Montemurlo, cittadina così tanto industrializzatasi fra gli anni Sessanta e Novanta, fino a perdere quasi completamente quel suo più prezioso “punto di vista” che l’ha originata.


NOTA

1 Piviere - Derivato da pieve o piova, indica il fonte battesimale la cui acqua è raccolta grazie alle precipitazioni atmosferiche. È da collegarsi con il termine plebarium (della gente umile e schiava al lavoro). Pertanto il P. è un edificio religioso semplice, povero, di campagna, dotato di un funzionario (pievano o piovano), più o meno importante, che assolve alle modeste funzioni battesimali. Indica anche il territorio religioso dei fedeli addetti ai lavori feudali. “Sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone (Dante, Par. c. XVI, v. 65)

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna