Ici: intanto censire gli immobili no profit PDF Stampa E-mail

Monti anticipa di due anni la nuova imposta municipale (Imu), che i decreti di attuazione del federalismo fiscale avevano fissato nel 2014, e amplifica gli effetti della nuova imposta con l’adeguamento dei valori catastali e l’estensione alle prime case, al netto di una (abbondante) detrazione. L’Imu ingloba la vecchia Ici e l’Irpef sui fabbricati non locati, con un effetto di semplificazione del sistema.

L’ Imu rappresenta la gamba principale, immobiliare, della “patrimoniale a tre gambe” confezionata dal governo , che si completa con l’imposta di bollo sulle attività finanziarie e con la tassa sui beni di lusso. E’ una scelta condivisibile, che rimette la struttura del sistema fiscale italiano in linea con quelle dei paesi più avanzati: il peso delle imposte patrimoniali vede l’Italia penultima nelle classifiche Ocse, circa un punto di Pil in meno.
Questa scelta però costringe a ripensare molti meccanismi applicativi che già con la vecchia Ici erano emersi come aree problematiche. E forse il governo, incalzato dall’emergenza, non ha avuto il tempo sufficiente per soffermarsi su questi aspetti. Ad esempio, in che misura “assimilare” all’abitazione principale, con vantaggio di aliquota e detrazione, le abitazioni assegnate a componenti del nucleo familiare: sarebbe bene stringere il criterio ai soli parenti di primo grado e per non più di un’unità immobiliare nel Comune di residenza. Oppure ancora la questione dei coniugi separati.

L’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata sulle esenzioni ai soggetti “no profit” che non abbiano per oggetto esclusivo o principale attività commerciali e che perseguano un ampio spettro di funzioni di utilità sociale (assistenza, sanità, istruzione, sport, culto, ecc.).

Da nessuna parte la questione deve essere affrontata con furore ideologico, e bene ha fatto il Cardinale Bagnasco a dire: discutiamone. Da un lato, infatti, il “no profit” è un settore essenziale per il presente e il futuro del nostro welfare. La riduzione della spesa pubblica e la diversificazione dei bisogni sociali rendono indispensabile un “no profit” ampio e variegato in grado di organizzare servizi a costi accessibili e di qualità certificabile. La leva del sussidio fiscale a queste attività è ineludibile.

D’altro lato, Imu e Ici sono imposte reali e il loro utilizzo a fini di sussidio fiscale del “no profit” stride con l’obiettivo stesso del sussidio (che va rivolto al soggetto che organizza servizi più che agli oggetti immobiliari da esso posseduti). Nel caso poi che gli immobili siano destinati ad attività di mercato, l’esenzione distorce la concorrenza e si potrebbe configurare come aiuto di stato, ai sensi della legislazione comunitaria. Occorre quindi verificare, anche in vista del prossimo pronunciamento europeo, la possibilità di eliminare questa distorsione, compensando con leve fiscali soggettive (ad esempio, benefici Iva per gli acquisti di prodotti intermedi, innalzamento delle soglie di deducibilità e detraibilità dei contributi versati, ecc.).

Intanto c’è un primo passo da fare: censire il patrimonio nella disponibilità dei soggetti esenti. I quali, appunto poiché esenti, non sempre hanno compilato le dichiarazioni ai fini Ici. Approfittando del varo dell’Imu si potrebbe introdurre l’obbligo di dichiarazione anche per i soggetti esenti, dando poi sei mesi di tempo per redigere tali dichiarazioni e per costruire l’anagrafe di questo patrimonio. Un’operazione di verità e di trasparenza che, fra l’altro, contribuirebbe a svelenire una discussione di cui nessuno conosce, in realtà, i dati fattuali.

Insomma, la risposta alle aperture di Bagnasco è l’estensione dell’obbligo di dichiarazione a tutti i soggetti, compresi quelli esenti. E poi una discussione serena che ci faccia trovare pronti di fronte alle eccezioni comunitarie, con una riforma che contemperi i due obiettivi del sostegno fiscale ai soggetti “no profit” e della eliminazione di sussidi distorsivi della concorrenza.

M.Causi

 

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